Trani e il miracolo eucaristico

Trani

Trani ha antiche origini, come ritrovamenti dell’età del bronzo testimoniano. Qualcuno la vuole fondata dal figlio dell’eroe greco Diomede che dopo la caduta di Troia era divenuto il latore della civiltà greca ai popoli barbari. Questa presunta origine è condivisa con molti altri borghi costieri dell’Adriatico, fra cui Ancona e la istriana Pola.

In epoca romana era un municipium, quindi un luogo di una certa importanza che ospitava un collegio dei decurioni, di nome Turenum. Come altre città della Puglia, dopo la caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Trani divenne parte dell’impero Bizantino fino al secolo XI, con piccole interruzioni dovute alla dominazione Longobarda e a tentativi di conquista dei Saraceni.

Con l’arrivo dei Normanni, appunto nel secolo XI, Trani pur restando bizantina godé di una certa autonomia anche in conseguenza dell’adesione data alle rivendicazioni anti-bizantine di Melo da Bari.

Martin Stiburek – Trani_061, CC BY-SA 4.0

Il medioevo fu per Trani un periodo estremamente favorevole. Nel IX secolo vi era stata trasferita la sede vescovile da Canosa, il porto naturale era un importante nodo commerciale per le rotte dell’Oriente, e perfino il buon Dio l’aveva baciata regalandole l’arrivo del giovinetto greco in odore di santità che recitava di continuo il Kyrie eleison, divenuto noto come San Nicola Pellegrino.

A lui fu in seguito dedicata la famosa cattedrale romanica della città che si staglia sul mare quasi a volerlo ricomprendere fra la sua aurea protettrice.

A metà del XI secolo Trani era un centro economicamente fiorente dedito ai commerci soprattutto marittimi. Per meglio regolamentare le questioni di diritto riguardanti i commerci marittimi, a Trani furono promulgati gli Ordinamenta et Consuetudo maris.

Noto anche come Statuti marittimi questo codice del diritto del mare, redatto in lingua volgare ben prima di Dante nel 1063 per volontà del Conte Pietro di Trani, constava di trentadue articoli. Se questa data fosse confermata, gli statuti, oltre a essere uno dei più antichi documenti in volgare, precederebbero tutte le altre legislazioni marittime promulgate nei secoli successivi e ne sarebbero ispirazione. Tuttavia, alcuni storici, sulla base di considerazioni linguistiche e di contesto, ritengono che si tratti di un’opera posteriore.

Savino Giusto – Cattedrale di Trani, CC BY-SA 4.0

Nel medioevo, Trani era quella che oggi definiremmo una comunità multietnica. Per meglio decorare la cattedrale si fece ricorso a mano d’opera longobarda in quanto questa vantava degli eccellenti intagliatori della pietra locale (la famosa Pietra di Trani), tanto che ancora oggi il cognome “Lombardi” è tra i più diffusi nel territorio.

A Trani, poi, si era insediata anche una importante comunità di fede ebraica, che sarebbe cresciuta di molto nei secoli seguenti, dedita ai commerci, soprattutto della seta. Sotto la protezione delle casate Normanno-Angioine, che pur affermando il primato della fede Cristiana proibivano la conversione forzata e l’estorsione di denaro, consentendo piena libertà di culto, la comunità ebraica di Trani giunse a disporre di ben quattro sinagoghe. Inoltre la città era un importante centro di studio del pensiero ebraico e si ritiene che qui il Maestro Eliah scrisse il primo codice rituale ebraico in italiano.

Il miracolo eucaristico

Per i Cristiani, l’ostia al momento della consacrazione diviene il corpo di Cristo, attraverso un fenomeno noto come transustanziazione. Lasciando da parte le sottigliezze teologiche che creano parecchi distinguo fra le varie fedi cristiane, i cattolici credono che nel momento in cui il sacerdote ricorda l’ultima cena, l’ostia consacrata diventi fisicamente il corpo e il sangue di Cristo. E fu così che nella Trani multietnica conviveva il cattolicissimo convincimento della presenza fisica del Cristo nell’ostia consacrata, e l’orrore degli Ebrei per l’atto di cannibalismo che nei fatti era la Eucarestia.

Il termine dotto per definire il cibarsi del corpo di un Dio è Teofagia. Ma per gli ebrei qualsiasi corpo morto è impuro e infatti le carni animali per poter essere mangiate debbono essere macellate secondo un preciso protocollo di purificazione. Solo così possono divenire Kasher ovvero adatte al consumo.

Dipinto illustrante il miracolo eucaristico di Trani

In questo dilemma, una giovane ebrea si chiedeva come mai i cristiani potessero mangiare il corpo del Cristo, impuro perché corpo morto, e non averne alcun danno o malanno. Per questo cominciò a dubitare della transustanziazione e a considerare l’ostia come un semplice pezzo di pane.

E la giovinetta aveva uno spirito sperimentale per cui si propose di rubare un’ostia consacrata e cucinarla per potersene cibare. Chissà, forse era una lontana progenitrice di Rita Levi Montalcini, ma l’esperimento fu pianificato alla perfezione.

Approfittando della ricorrenza del Giovedì Santo e con l’aiuto di una giovinetta cristiana, la nostra eroina si mescolò alla folla di fedeli che prendevano l’eucarestia, ma invece di inghiottire l’ostia consacrata, la nascose e la portò a casa. Qui giunta, riempì una padella di ottimo olio pugliese e si accinse a friggere la particola consacrata. Ma quando l’ostia giunse a contatto con l’olio bollente immediatamente si trasformò in carne e iniziò a emettere una gran quantità di sangue.

Spaventata, la poveretta corse fuori della sua abitazione e così i vicini e poi le autorità ecclesiastiche poterono constatare che l’origine di quel sangue era un brandello di carne incorrotta che friggeva nella inconsapevole padella (Storia dell’Ostia miracolosa di Trani, F. Spaccucci e G. Curci, Laurenziana, Napoli 1989). Attualmente, la reliquia è custodita nella chiesa di Sant’Andrea.

Estratto dell’opera di Fra Bartolomeo Campi

Nel 1706, la casa della giovinetta in cui si sarebbe verificato il miracolo venne trasformata in una cappella per volontà del nobile Ottaviano Capiteli, che volle restituire, “per il decoro della città e il culto dei fedeli”, quel luogo “profanato dall’ingiuria del tempo”.

A memoria di questo pio atto, una lapide con una iscrizione in latino è ben visibile nella parete di fronte all’ingresso. Su un’altra parete un quadro rappresenta pittoricamente il miracolo dell’ostia sanguinante, mentre sotto di esso, è incorniciato un testo di Fra Bartolomeo da Saluthio, al secolo Bartolomeo Campi, tratto da “L’innamorato di Gesù Cristo” edito a Venezia nel 1618.

L’iscrizione a memoria del restauro

La chiesa oggi si trova in una piccola via del centro, Via Attilio Lagalante, affogata fra palazzi più o meno moderni, a poco più di 100 metri da porto. Questo è uno dei fascini di questa città: fra i negozi dello shopping, i pub, i palazzi e le vie immortalate dai film degli anni ’70 interpretati da Lino Banfi, ogni tanto emerge qualche piccola perla. Come spesso dico, è proprio questa imprevedibilità della terra di Puglia che continua ad affascinarmi dopo tanti anni.

Credits:

Per meglio visualizzare le immagini aprirle in un’altra scheda. Tutte le foto sono dell’autore, tranne:

  • Cattedrale di Trani.jpg,  Savino Giusto, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
  • Trani_061.jpg, Martin Stiburek, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche