Napoli e la macchina del tempo

In Campania la storia dell’uomo è particolarmente antica. La regione era già abitata da ominidi 300.000 anni orsono, quando degli Homo heidelbergensis (nostri diretti progenitori) lasciarono le loro tracce sul vulcano oggi spento di Roccamonfina. In epoca molto più recente giunsero le genti italiche di origine Osca che popolarono l’Italia meridionale già prima del I millennio a.C. e che furono a lungo in conflitto con gli Etruschi che volevano espandere il loro dominio a Sud. A cominciare dal VII secolo a.C. i coloni Greci che arrivavano dal mare per insediarsi sulle coste.

Moneta d’argento di Neapolis con effige della sirena Parthenope *

Il primo nucleo della città fu quello che coloni di Kyme (l’odierna Cuma) fondarono ai piedi della collina che oggi è nota come Pizzofalcone (quella della serie televisiva). La nuova colonia si chiamava Parthenope in onore della omonima sirena che, battuta nel canto da Orfeo, morì trasformata in una roccia. Coi greci arrivarono i miti e le leggende, come quella appena accennata. Il territorio si prestava bene, con la sua intensa attività geotermica e fenomeni di vulcanismo, tanto da generare il mito della Sibilla a Cuma o dell’ingresso agli inferi al lago d’Averno. Dopo alterne vicende, intorno a V secolo a.C, fu necessario fondare un nuovo insediamento più a Est, una nuova città, una Νεάπολις (Neapolis, città nuova per l’appunto). Essa sorgeva dove oggi c’è il centro storico e aveva un porto i cui resti sono visibili vicino al Molo Beverello.

Nel frattempo i Romani stavano conquistando la Campania Felix a seguito delle guerre sannitiche. Per una serie di vicende Neapolis ebbe un trattamento di favore da parte di Roma che ne fece un Municipium, ossia una città con diritti di cittadinanza paragonabili a quelli dell’Urbs. L’impatto urbanistico di Roma fu impressionante. I romani diedero alla città il classico aspetto squadrato regolato per Decumani e Cardi. Il più importante decumano, il Decumanus maximus, è oggi la Via Tribunali, dove il sacro si mescola al profano. Qui convivono la chiesa San Pietro a Majella, le pizzerie della famiglia Sorbillo un simbolo di napoletanità, la Basilica di San Paolo Maggiore e il Monumento a San Gaetano. Proprio qui, nella piazza San Gaetano, quella da cui si diparte il cardo di via San Gregorio Armeno, la via dei presepi, sorge il complesso monumentale di San Lorenzo Maggiore.

Monumento funebre dell’ammiraglio Ludovico Aldomorisco

Dalla strada non si apprezza il suo valore. Un portale baroccheggiante fa accedere ad una basilica in stile gotico, costruita nel XIII secolo. Una lunga navata unica centrale termina con un luminosissimo e slanciato abside. Lungo la navata si aprono delle interessanti cappelle, fra cui quella dei Cavalieri Pignone (mi onora l’omonimia, ma non sono miei avi) o quella contenente il monumento funebre dell’ammiraglio del Regno Ludovico Aldomorisco, che fu anche consigliere del re Ladislao di Durazzo, opera dell’artista Antonio Baboccio da Piperno. Altre cappelle mostrano pregevoli tele del ‘500 e del ‘600 oltre che resti di affreschi trecenteschi. Il complesso includeva un ricco convento cui oggi si accede da un anonimo ingresso a lato della chiesa. Un grande chiostro porticato consente l’accesso alle varie aree conventuali, fra cui una stupenda sala capitolare completamente ornata da elementi barocchi.

E in un cantone del porticato si apre la nostra macchina del tempo. Un indizio ne è la piccola costruzione a tholos che spunta in un angolo del chiostro, un elemento chiaramente estraneo al contesto. Da una piccola porta si inizia a viaggiare nel tempo. Si scende nelle viscere della città, per una trentina di metri fino a raggiungere il livello che fu della città greco-romana. Normalmente col passare del tempo le antiche costruzioni vengono sommerse da detriti sia di origine naturale (crolli, smottamenti, inondazioni, ecc.) che umane, soprattutto quando le antiche mura vengono usate come base per nuove costruzioni. Questo è il caso di San Lorenzo Maggiore, costruita sull’antico mercato (foro) romano. Già i romani avevano fatto lo stesso, utilizzando le mura greche per costruirci sopra il loro mercato.

Il cardo su cui si aprivano le tabernas

La macchina del tempo ci proietta nella Neapolis dei primi secoli dell’era moderna, quelli della Roma imperiale. Napoli, anche per scelte fatte durante la guerra tra Mario e Silla, non è più una città importante. Il vero centro nevralgico della Campania Felix è Capua, ma tutto il territorio attorno a Napoli ha una estrema importanza per Roma. A Capo Miseno è basata la grande flotta che domina il Mediterraneo, tutto il territorio del Golfo da Puteolae (Pozzuoli) alla penisola Sorrentina si arricchisce delle grandi ville dei potenti di Roma, e Napoli, anche se ormai ridotta al rango di “Colonia”, quindi interamente assoggettata a Roma, ha una sua importanza economica. E i mercati erano il cuore pulsante della vita economica, sociale e politica del tempo.

Una taberna ottimamente conservata.
Notare lo stato di conservazione dell’opus reticulatum

Il mercato-foro romano di Napoli non è del tutto visitabile, ma se ne possono percorrere due lati. Sul primo lato sono chiaramente visibili le strutture greche su cui sono state costruite le mura romane. Lungo la strada che un tempo era un cardo si aprono numerose botteghe, le tabernae romane, dove si svolgeva l’attività imprenditoriale o commerciale; alcune non danno indicazioni sul loro utilizzo, altre invece mostrano chiaramente la loro funzione. È il caso del forno che si vede distintamente anche da distanza. Un primo locale, quello dove è localizzato il forno vero e proprio, serviva probabilmente per la vendita da asporto, mentre il locale ad esso collegato era probabilmente la locanda dove si poteva mangiare una zuppa di puls (simile all’odierna polenta), o della carne o del pesce. Il pane romano dei primi secoli del millennio non era come quello moderno, ma molto più simile a una focaccia, in parte fatto con farine integrali o contenenti anche orzo. Più avanti, si entra in quello che era il vero e proprio mercato protetto da un solido porticato, dove è possibile vedere le botteghe di generi alimentari, costituite da un piccolo corridoio centrale fiancheggiato da due banconi in pietra dove veniva disposta la merce. Quelle destinate alla vendita del pesce avevano i banconi leggermente inclinati, così da consentire il deflusso dell’acqua che veniva usata per aspergere il pesce e mantenerlo fresco. Il mercato è molto curato anche da un punto di vista architettonico, con archi di eccellente fattura che sorreggevano il tetto che riparava gli avventori dal clima esterno, o pareti ad opus reticulatum che ancora oggi conservano una loro luminosità e bellezza.

Il criptoportico del mercato.
Notare la fattura degli archi

Ma al di là degli aspetti architettonici e archeologici, questa struttura ci fa capire come vivessero quegli uomini e donne di 20 secoli orsono. Il mercato-foro era non solo il posto dove comprare cibo, ma anche il luogo dove condurre una trattativa di affari, una vendita, magari seduti a tavola con un buon vino delle pendici del Vesuvio, accompagnando una zuppa di pesce con una focaccia calda. Oltre alle botteghe c’erano venditori che oggi definiremmo ambulanti che cercavano di concludere la vendita approfittando della grande quantità di gente che a vario titolo frequentava il mercato. E la mia immaginazione, la mia personale macchina del tempo, mi mostra questo scorcio di passato. Lì un venditore vestito alla maniera dei nord africani cerca di vendere delle stoffe dichiarate esotiche, più in là un tipo con aria furtiva propone sottovoce l’acquisto di monili di incerta origine; in un angolo un’anziana signora legge il destino delle persone usando dei ciottoli o delle tavolette lanciate su una pietra con un testo inciso mentre un uomo invita i clienti a farsi predire il futuro dalla più grande indovina, cui è pari solo la Sibilla di Cuma. I banchi delle botteghe sono affollati di persone curiose mentre i venditori a gran voce magnificano il loro prodotti, tanto che ho l’impressione di sentire parlare latino con accento napoletano; un uomo vestito stravagantemente con campanelli alle caviglie e sonaglini sponsorizza la visita ad una casa del piacere non troppo distante, dove si trovano le più belle e giovani schiave della regione.

La bottega del pesce.
Notare il canale centrale per lo scolo delle acque

Improvvisamente la visita finisce e lentamente si risale al livello del XXI secolo. Si esce in una piccola corte laterale al grande porticato dove la gente si affolla davanti ai bagni. Su una parete libera una macchinetta invita a prendere un ricordo della visita alla Napoli sotterrata. Due euro scivolano nella fessura e girata la manovella ecco uscire una moneta che sembra romana.

Tornato a Piazza San Gaetano guardo verso la Via San Gregorio Armeno e mi giunge la presenza della gente: chi chiede un’informazione, due ragazzi chiaramente baresi chiacchierano ad alta voce, il ragazzo di un bar si destreggia col vassoio pieno tra la gente, un piccolo gruppo di turisti stranieri ascolta la guida che parla un inglese con un chiaro accento, un ragazzino con la bici elettrica sfreccia zigzagando fra la gente, una coppia di una certa età cammina tenendosi per mano. Saranno passati venti secoli, ma l’atmosfera del mercato romano non è passa, affatto.

Tutte le foto dell’autore, tranne:

* Carlo Raso, Silver coin of Naples, foto di pubblico dominio (https://www.flickr.com/groups/napolinobilissima/discuss/72157632652134498/#comment72157670607138565)

Domenico Pignone

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche

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