Le magnifiche Gravine di Castellaneta

Se fossimo ai tempi del cinema muto, Castellaneta verrebbe ricordata come la città natale di Rodolfo Valentino, il primo “latin lover” del nascente cinema. Oggi per gli appassionati di natura Castellaneta è sinonimo di Gravine. Ma cosa sono le Gravine? Occorre un minimo di conoscenza geologica, poi le conosciamo assieme alla guida Federica Lapertosa.

Le magnifiche Gravine di Castlellaneta
La Gravina Grande di Castellaneta. All’orizzonte le acque del Golfo di Taranto riflettono la luce solare

Le Murge e le Gravine

Le Murge sono un altopiano prevalentemente roccioso che si estende fra Puglia e Basilicata, con un’altezza massima che non raggiunge i 700 m s.l.m. e pendii più morbidi sul versante adriatico.

Le rocce calcaree che le formano hanno origine marina, essendo derivate dai resti di micro- e macro-organismi marini dotati di scheletri o gusci calcarei, e sollevatisi in epoca relativamente recente per via dei movimenti tettonici che hanno convolto la nostra penisola. Infatti non è raro trovare fossili di conchiglie inglobati in queste rocce.

Ne troviamo fondamentalmente due tipi: il calcare vero, pietra più dura adatta alle costruzioni, e le calcareniti, che incorporano altri sedimenti rocciosi, hanno consistenza più grossolana e sono facilmente lavorabili anche con strumenti semplici. La necessità di questa descrizione sarà evidente più avanti.

Una grotta parzialmente scavata dall’uomo usata come abitazione e ricovero degli animali

Le Murge sono un territorio ricco di fenomeni carsici. In questi territori le acque tendono a penetrare gli strati rocciosi, che non sono compatti ma pieni di fratture, fino a raggiungere strati argillosi profondi dove formano corsi d’acqua sotterranei. Il risultato è che le Murge non sono attraversate da fiumi.

Però piove e a volte piove tanto, poiché le correnti fredde balcaniche incontrano quelle calde e umide provenienti dal Golfo di Taranto. Buona parte di quest’acqua scorre in superficie rapidamente e corre al mare.

Sul versante occidentale delle Murge, la ripidezza del suolo rende le acque particolarmente veloci e quindi erosive. L’erosione è facilitata dal fatto che i calcari, duri se secchi, diventano più friabili quando sono umidi. Il risultato è che sul versante occidentale delle Murge si sono formati canyon più o meno profondi, le Gravine, appunto.

La chiesa di Santa Maria del Pesco

Sono famose quella di Matera o quella di Gravina, ma le più imponenti sono quelle prossime al Golfo di Taranto: la gravina di Massafra e quelle in terra di Castellaneta. Tanto sono numerose che esiste, almeno sulla carta, un “Parco naturale regionale Terra delle Gravine”.

La civiltà troglodita e le chiese rupestri

L’interno

Le Gravine, per la natura delle rocce, sono ricchissime di grotte e anfratti, che spesso gli uomini hanno ampliato scavando fino a farne dei veri e propri edifici, talvolta arricchiti di colonne o pareti artificialmente costruite dagli uomini.

Le grotte sono state abitate fino da tempi preistorici, come gli insediamenti di Matera o di Gravina testimoniano abbondantemente, e sono state spesso utilizzate come abitazioni dalle culture trogloditiche presenti in tutta questa vasta area fino a tempi recentissimi, quando furono adibite soprattutto a rifugio per gli animali.

La cripta di Santa Maria del Pesco

Ma spesso questi edifici, frutto di quella che viene definita “architettura in negativo”, vennero utilizzati come luoghi di culto.

Sono famose le chiese rupestri di Matera, ma forse non sono affatto le uniche importanti della Murgia.

Nel periodo fra l’VIII e il IX secolo, frotte di monaci Basiliani trovarono rifugio in queste aree dell’Italia meridionale, come ho già detto a proposito del casale di Balsignano .

Spesso i monaci ingrandivano le cavità naturali per farne piccoli o grandi santuari, spesso dedicati al culto della Madonna Odigitria “colei che indica il cammino”, arricchendo le pareti di affreschi che non sempre si sono potuti conservare per via della fragilità della roccia su cui erano dipinti.

E alcuni di questi santuari rupestri diventarono così importanti da meritare la costruzione, in epoca più tarda, di chiese che custodissero l’antico santuario e ne magnificassero il culto. Questo fu il destino di Santa Maria del Pesco, edificata attorno al 1300.

La chiesa rupestre di Santa Maria del Pesco

La leggenda vuole che il comandante di una nave in procinto di affondare in una burrasca nello Ionio trovasse la via della salvezza grazie a una luce misteriosa che lo guidò verso terra. Qui giunto, volle cecare l’origine di quella luce che finalmente trovò in una lampada che si trovava in un santuario rupestre in una apertura rivolta al mare. Quel santuario era dedicato ad una Madonna detta del “pesco” dalla voce tardo latina “piscus” che indica una roccia, un masso (ancora oggi nei dialetti pugliesi esiste la parola “pisc-k” che significa appunto pietra). Così per estinguere il suo debito di vita decise di fare edificare la chiesa attualmente esistente.

L’Abside. Al centro la Madonna Glicofilusa, a destra San Leonardo di Limoges, protettore dei carcerati, a sinistra una figura femminile, forse Sant’Agnese

La chiesa è un piccolo capolavoro. Il pavimento ligneo ha grandi scaloni per via dello scosceso terreno fondante che conduce alla gravina su cui la chiesa si affaccia. Le pareti sono ricchissime di affreschi piuttosto ben conservati, tutti del XIV secolo ad opera di un artista cui viene reso omaggio da un’iscrizione in pietra.

Fra questi spicca una Madonna Odigitria che non è coeva, ma sembra sia stata staccata dalle pareti della chiesa rupestre per darle più idonea sistemazione. Il culto dell’Odigitria è diffusissimo in Puglia, tanto che la zona della Valle d’Itria (nota per i Trulli) deriva il suo nome da Odigitria, cui tutta la valle è dedicata. L’abside è affrescata con al centro una immagine di Madonna Glicofilusa, dal greco bizantino con significato “dolce bacio”, per il tenero gesto verso il figlio. Tradizione vuole che sia stata ritrovata miracolosamente intatta fra i detriti di un precedente abbattimento.

La Madonna Odegitria

Da una porta laterale si accede a una piccola cripta scavata nella roccia, da cui, a sua volta, si accede al santuario rupestre originario altomedievale. Quest’ultimo reca ancora ben evidenti i segni dell’importanza che questo luogo di culto ha avuto prima della costruzione della chiesa. Con un piccolo passaggio si accede al bordo della Gravina Grande, profonda fino a 150 metri, da dove parte un suggestivo, e un po’ pericoloso, sentiero che procede verso la città vecchia di Castellaneta, distante qualche centinaio di metri.

La chiesa era quindi costruita extra moenia, in un periodo in cui la vita fuori delle mura cittadine presentava notevoli rischi. Quindi, la sacralità del luogo doveva essere tale da dissuadere chiunque dal recarle danno. Un’altra importante indicazione in tal senso viene dal portale d’ingresso ben lavorato e dal rosone che lo sovrasta. Si tratta di elementi non presenti nelle chiesette rurali, ma piuttosto caratterizzanti le cattedrali, a ulteriore segno dell’importanza del luogo.

Il culto della Madonna di Costantinopoli

La navata sinistra della chiesa/Basilica rupestre della Madonna di Costantinopoli

Le chiese rupestri importanti non sono solo nella Gravina Grande. Le gravine di Castellaneta ne contano più di una decina. La Gravina di Coriglione è una delle gravine minori del territorio di Castellaneta. Meno imponete quanto a profondità, questa gravina è più stretta e pertanto meno soggetta all’azione dei venti. Questo aiuta a creare un particolare microclima di temperatura e umidità e fa sì che qui i tempi delle fioriture siano diversi che nel circondario, oltre a ospitare specifiche fauna e flora.

La gravina si snoda con una serie di passaggi stretti e tortuosi, un tempo attraversati dalle greggi. Imponente è la chiesa rupestre di Santa Maria di Costantinopoli, scavata nella roccia calcarenitica attorno al IX-X secolo, sulla costa sinistra della gravina a circa 1 km di distanza dall’abitato. La Madonna di Costantinopoli è uno dei nomi con cui si identifica l’Odigitria, o la citata Madonna Glicofilusa, o ancora la Madonna Nikopouia, ovvero colei che porta la vittoria.

Navata destra recante i resti degli affreschi che la adornavano e gravemente deteriorati per cause naturali

Qui il lavoro di scavo è stato impressionante. La chiesa ha ben tre navate scavate nella roccia friabile, con tre altari di pietra anch’essi ricavati dalle rocce presenti. L’intero edificio fu affrescato finemente, anche se oggi restano solo poche tracce delle opere lì dipinte.

Purtroppo, in secoli successivi e fino a tempi recenti, questa chiesa rupestre è stata usata per dare rifugio agli ovini e caprini allevati nel territorio, fino al punto che una parte di essa è stata ulteriormente escavata per creare ulteriore spazio per il ricovero degli animali. La conservazione non è stata poi favorita dalla natura estremamente friabile della calcarenite, tanto che anche oggi che l’insediamento è saltuariamente visitato da escursionisti, il pavimento è coperto da uno spesso strato di polvere grossolana derivante dallo sgretolamento della roccia per cause naturali, per l’umidità e il vento.

Un altare scolpito nella roccia (calcarenite) deterioratosi per via della grande friabilità di questa roccia

Apparentemente si tratta di una dozzina di affreschi di varie epoche di cui alcuni più facilmente identificabili, come un San Biagio definito dalla scritta “S.BLASI” o ciò che resta di una Madonna, identificata da un mantello azzurro e la scritta “MATER DOMINI”. Altri affreschi sono meno facilmente identificabili ma si può indovinarne la natura sulla base di piccoli particolari, come una mano che regge una lancia quasi certamente appartenente a un S. Michele Arcangelo (si lo stesso Arcangelo della Montagna Sacra del Gargano), spesso rappresentato in lotta vittoriosa col demonio.

Sul versante opposto della gravina ci sono altre grotte parzialmente scavate dall’uomo e aree di cava da dove veniva estratti il materiale per l’edificazione della città che si espandeva negli ultimi secoli. Sulla Gravina Grande sono evidentissimi i due ponti ferroviari, quello costruito agli inizi del XX secolo dall’allora neonato governo Fascista e quello nuovo della tratta ferroviaria Bari-Taranto.

Il vecchio ponte è oggi una apprezzatissima, e a volte affollata, ciclo-pedovia fruita non solo da sportivi ma anche da chi semplicemente intende fare una passeggiata. Ma pur con tutti questi segni dell’influenza dell’uomo su questi territori, il fascino delle gravine resta immutato, e quando l’ora comincia a farsi tarda dispiace davvero dove abbandonare questi luoghi. Mi sa che dovrò tornarci…

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Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche