L’Abbazia della Santissima Trinità al Monte Sacro, Gargano

Il Monte Dodoneo

In un precedente articolo ho raccontato di come gli Japigi colonizzarono il Gargano attorno al primo millennio a.C. Questo popolo illirico aveva una religione simile a quella dei greci, nella quale agli dei era affidato il compito di controllare le manifestazioni della natura, oltre che il destino degli uomini.

In pratica si trattava di una forma più avanzata dell’animismo ancora oggi presente in alcune popolazioni. Vige il concetto che il mondo naturale e quello soprannaturale non siano separati, e per questo alcuni accadimenti del mondo naturale sono in realtà la manifestazione del disegno degli dei.

Alcuni individui sono più sensibili e riescono a “leggere” nel volo degli uccelli, nello scorrere delle acque o nello stormire delle foglie al vento le parole divine che delineano il destino degli uomini. Sono quelli che i romani chiameranno “oracoli” e che le società più primitive chiamano sacerdoti.

I Dauni, la popolazione derivata dagli Japigi e da genti locali di origine Osca, avevano ereditato la teologia illirica ed in particolare il culto di Zeus praticato a Dodona.

I sacerdoti di questo culto, i Selloi, erano in grado di interpretare i suoni del vento fra le foglie di una quercia sacra a Zeus, il padre della famiglia degli dei. Fra parentesi il suono Zeus è molto simile al suono Theos, la parola da cui deriva la nostra Dio.

Salita al monte Sacro che conduce all'Abbazia della Santissima Trinità
La salita al Monte Sacro si snoda in un paesaggio bucolico

Il Monte Sacro, circa 900 metri di altezza, a quei tempi era completamente rivestito di querceti e lì i sacerdoti Dauni individuarono l’albero sacro al dio e diedero il nome Dodoneo al monte.

Venne eretto un piccolo tempio di cui oggi non restano tracce, in parte per via dei successivi eventi che illustrerò, in parte perché i Selloi erano votati a una vita estremamente frugale, non potevano lavarsi i piedi e dovevano dormire sulla nuda terra.

L’oracolo di Zeus Dodoneo, anche se non paragonabile per importanza a quello di Dodona, era comunque molto frequentato e rispettato.

L’Arcangelo Michele

Molti di noi immaginano che dopo lo “sdoganamento” della religione cristiana a opera di Costantino, un’onda di cristianizzazione abbia travolto l’Italia romana. In realtà i culti definiti pagani hanno continuato ad esistere e in parte si sono fusi in quelli cristiani, dando vita a occasioni sincretiche, di cui la più nota è il Natale, giorno di nascita di Gesù e giorno della celebrazione romana di Sol Invictus.

Intorno a V secolo l’urgenza di cristianizzazione abbisognava di nuovi simboli, mentre al contempo cresceva una teologia complessa, non compresa nelle scritture originarie, fatta di santi, schiere di angeli e arcangeli. In particolare l’Arcangelo Michele appare di grado superiore a Raffaele e Gabriele, e addirittura qualche teologo identifica in lui Gesù.

Nel V secolo si diffonde in tutta Europa il culto di Michele.

Resti dell'Abbazia si scorgono nel bosco
I resti dell’Abbazia emergono all’improvviso dal bosco

La leggenda vuole che nel 490 d.C. un signorotto locale perdesse in una grotta del Gargano il suo toro più bello. Fallito ogni tentativo di trarlo in salvo, il signorotto decise di ucciderlo con una freccia, la quale miracolosamente tornò indietro.

Fu informato dei fatti il vescovo di Siponto, San Lorenzo Maiorano, che dopo vari tentennamenti e apparizioni in sogno dell’arcangelo e dietro sollecitazione del pontefice romano, decise di aprire la grotta al culto Cristiano.

Quella grotta è ancora oggi venerata come uno dei tre più importanti luoghi del culto di Michele, la grotta di Monte Sant’Angelo, il borgo nato attorno al luogo sacro.

Monte Sant’Angelo distava pochi chilometri dal Monte Dodoneo e gli intolleranti cristiani non potevano sopportare la vicinanza di un luogo pagano, definito malefico, alla grotta santa.

Quindi una spedizione di monaci andò a distruggere l’antico sacello di Zeus e eresse in suo luogo un piccolo cenacolo Benedettino. Da quel giorno, il luogo non fu più chiamato Monte Dodoneo, ma Monte Sacro.

Quel cenacolo pian piano crebbe e già dal X secolo era diventato una importante Abbazia Benedettina dedicata alla Santissima Trinità.

L’Abbazia della Santissima Trinità al Monte Sacro

Abbazia della Santissima Trinità
Il nartece dell’Abbazia

Fedeli alla regola benedettina, i monaci che vivevano lì si dedicarono sia alla preghiera comunitaria e individuale che al lavoro.

Quest’ultimo comprendeva l’ampliamento della Abbazia che doveva ospitare un flusso sempre maggiore di pellegrini, la cura dei campi per trarne il nutrimento per la comunità e la gestione dei testi sacri, che portò l’abbazia a possedere una importante biblioteca, forse addirittura una delle maggiori della Puglia medievale.

Il massimo splendore della biblioteca fu raggiunto sotto la guida dell’Abate Gregorio di Montesacro, al secolo Petrus Carus, pugliese d’origine ma formato al seguito del cardinale Gregorio di S. Maria in Portico, legato papale, che lo adottò.

Dopo un lungo periodo di formazione Gregorio divenne un uomo di grande cultura e scrisse opere importanti. Sotto la sua guida la biblioteca dell’Abbazia raggiunse il massimo splendore possedendo, probabilmente, uno scriptorium avanzatissimo dove si copiavano i manoscritti.

dettagli di un capitello
Dettagli: a sn capitello simbolistico; a dx resti degli affreschi del nartece

Nel periodo di massimo splendore, l’Abbazia venne dotata di nuove strutture, che includevano fabbriche, magazzini, stalle e mura protettive, anche a guardia di spazi destinati alla produzione di cibo. Inoltre la chiesa venne arricchita da un nartece, un battistero e un chiostro.

Intorno al XV secolo l’abbazia venne dapprima accorpata a Siponto e infine abbandonata. I motivi dell’abbandono di un luogo tanto importante non sono noti. Infatti l’incendio dell’abbazia di Siponto ha fatto perdere i documenti relativi.

Tuttavia resta la leggenda della “Tagliata”, che potrebbe gettare qualche luce sul fatto.

Pare che a un certo punto i monaci – o almeno alcuni di essi – si dedicassero a opere magiche e misteriose, forse volte a pratiche erotiche con le abitanti del luogo.

A seguito di uno di questi episodi, pare che la popolazione maschile, stanca e arrabbiata, abbia dato l’assedio al monastero per infliggere ai monaci malvagi una severa punizione: il taglio della testa.

Nei pressi del monastero, infatti, esiste un luogo chiamato “Tagliata” che la tradizione vuole tragga nome proprio dalla decapitazione dei monaci. Sia come sia, l’abbazia venne abbandonata e riscoperta solo agli inizi del XX secolo.

La visita

Resti delle celle dei monaci

I resti dell’Abbazia sono raggiungibili solo a piedi.

Si lascia l’auto su una stradina comunale e, guidati dall’eccellente Concetta si sale a piedi lungo un percorso di media difficoltà che parte da spazi aperti, dove pascolano indisturbate le vacche che producono il latte per gli eccellenti formaggi della zona.

Ad un certo punto il percorso si fa un po’ più impervio e inizia a svolgersi all’ombra delle querce, che ancora oggi, se c’è vento, fanno sentire la voce di Zeus Dodoneo.

I resti della cucina

Raggiunta la cima del monte a 872 metri, il sentiero inizia a scendere dolcemente, e all’improvviso, fra gli alberi, appaiono le pietre dell’abbazia.

L’apparizione di un tale complesso, letteralmente all’improvviso, lascia senza fiato.

Ovviamente i secoli di abbandono, la predazione di materiale da costruzione e gli eventi naturali, inclusi i terremoti, hanno distrutto molte strutture, ma l’impianto principale è ancora ben visibile.

Dapprima appare ben conservato l’ingresso alla chiesa, col suo nartece e una piccola cappelletta laterale dove è ancora possibile intuire degli affreschi decorativi.

Le colonne della facciata sono diverse: una ha un classico capitello a foglie d’acanto, l’altra invece rappresenta un’aquila che stringe fra gli artigli un serpente a difesa di due colombe.

L’aquila, simbolo di Dio (ma lo era anche di Zeus) protegge le colombe, ovvero i fedeli, dal male rappresentato classicamente dal serpente, quello stesso che dannò Adamo ed Eva e che l’iconografia dell’Immacolata schiaccia sotto i piedi a simboleggiarne la concezione senza peccato originale.

L’Abbazia è oggi uno dei Luoghi del Cuore del Fondo per l’Ambiente Italiano, il FAI, sul cui sito è possibile visualizzare una piccola gallery di immagini.

Girovagando fra i ruderi è possibile individuare i resti delle strutture della chiesa, la navata originale e le due successive, e quelli del convento, delle celle dei monaci, dei bagni e anche di quella che doveva essere una cucina.

Ma non descriverò in dettaglio il luogo, in quanto l’invito è a recarcisi di persona, perché le emozioni possono essere solo vissute e quando sono narrate non hanno il giusto fascino.

Tutte le foto sono dell’autore

Per vedere le foto di dimensione maggiore aprirle in una nuova scheda

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche