La montagna sacra

Il Gargano

La statua di San Michele Arcangelo sulla facciata del santuario

Il Gargano è come un’isola, un ammasso di rocce emergente da un mare in parte fatto di acqua, l’Adriatico, e in parte fatto di terra, il Tavoliere. Uscendo dall’autostrada a Cerignola est e percorrendo la SP77 in direzione di Manfredonia, il Gargano appare perennemente innevato in un punto; ma non si tratta di neve, sono le bianche case di Monte Sant’Angelo, che con i suoi oltre 800 m s.l.m. sovrasta a strapiombo il golfo di Manfredonia e le basse terre del Lago Salso e delle Saline di Margherita di Savoia.

La città dell’Angelo

La città prende il nome da un angelo particolare, il primo di tutti gli angeli, colui che è simile al Signore, l’Arcangelo Michele, che la tradizione vuole abbia personalmente consacrato, dedicandosi, la grotta che oggi ne ospita il santuario. Della leggenda avevo già accennato ma vale la pena esporla in dettaglio.

La grotta del miracolo, oggi importante santuario Micaeliano

Siamo nell’epoca in cui l’Impero Romano d’Occidente finisce, ma contrariamente a quanto si pensa, l’Italia non cade in una generalizzata barbarie, fenomeno che invece investe Roma a seguito della perdita del potere politico e amministrativo. In realtà nella maggior parte del territorio i Longobardi, cittadini romani e cristianizzati, assumono la gestione politica ed economica del Paese.

In questo periodo un magnifico toro scappa al controllo del suo padrone, un certo Elvio Emanuele, e corre a rifugiarsi in una grotta sulla montagna che sovrasta la città di Siponto.

Oggi quartiere di Manfredonia, Siponto era stata un’importante città romana e una delle prime sedi vescovili italiane: la leggenda vuole che il primo vescovo, Giustino di Siponto, fosse stato nominalo dallo stesso apostolo Pietro.

L’attuale ingresso al santuario

Dunque il nostro possidente scala letteralmente la montagna inseguendo il toro e giunto alla grotta tenta più volte, ma invano, di recuperare il prezioso animale. Infine, frustrato e arrabbiato, decide di ucciderlo scoccando una freccia. Ma, miracolosamente, la freccia torna indietro e lo ferisce a un piede.

Dell’evento miracoloso viene informato il Vescovo di Siponto Lorenzo Maiorano, il quale decreta un periodo penitenziale di tre giorni per meglio comprendere, con animo puro, se si sia trattato di fatto miracoloso. E infatti il terzo giorno l’Arcangelo Michele appare in sogno al santo vescovo rivendicando l’azione e chiedendo che la grotta sia consacrata al suo culto. Scosso, ma un po’ testardo il vescovo, forse preso da altre vicende, “dimentica” la consacrazione.

A discolpa del povero vescovo va detto che quel territorio montano del Monte Drion – che in greco significa quercia – così nominato per le quercete che lo caratterizzavano, era ricco di grotte e forse il piovevo vescovo non era in grado di decidere quale fosse quella giusta.

Le case del quartiere Junno

Passano due anni e gli Eruli di Odoacre assediano Siponto. La città è stremata e la gente si rivolge al vescovo per invocare la protezione divina. Altro periodo di penitenza, stavolta reso più facile dalla scarsità di cibo per via dell’assedio, e di nuovo Michele appare al vescovo Maiorano. Promette aiuto contro i barbari pagani, ma “ricorda” a Maiorano la consacrazione della grotta. Manco a dirlo, Odoacre viene sconfitto, ma anche stavolta il Vescovo cede all’oblio.

La notizia delle apparizioni giunge a Roma a Papa Gelasio I, il quale, forse ispirato dall’Arcangelo, sollecita il vescovo Maiorano alla consacrazione della grotta dedicandola al culto del primo tra gli angeli. Finalmente Maiorano si decide e, con altri sette vescovi, il clero e la popolazione si dirige alla grotta, finalmente individuata. Qui giunto, però, ha la sorpresa di trovarci un altare e una croce di legno.

Terza apparizione e l’Arcangelo comunica a Maiorano che ha già fatto tutto lui e che la grotta è stata consacrata per mano divina. Al vescovo non resta che avallare la consacrazione divina e cambiare il nome del luogo da Monte Drion a Monte Sant’Angelo. Siamo nel settembre del 490 d.C.

L’Abbazia Santa Maria di Pulsano, fra passato e presente

La grotta miracolosa attrae frotte di pellegrini, di devoti, di coloro che attendono un miracolo, e subito attorno alla grotta comincia a insediarsi un piccolo nucleo stabile: poche case di semplice fattura sorte per dare ospitalità ai pellegrini e guadagnare qualche soldo da quello che oggi chiamiamo “turismo religioso”. Nasce il nucleo antico della cittadina, il quartiere Junno, che ancora oggi conserva il “sapore” di un tempo con le sue case bianco calce, quelle che da lontano sembrano neve. Pochi anni dopo, nel 493, all’ingresso della grotta inizia la costruzione di una chiesa che oggi, rimaneggiata e ristrutturata, rappresenta l’attuale ingresso al santuario.

Alle radici della sacralità

La chiesa abbaziale e le icone in stile bizantino

Come ho già scritto il Gargano era ricco di luoghi di culto anche in epoche pre-cristiane, In particolare, la natura carsica facilitava la presenza di piccole sorgenti che davano acqua durante tutto l’anno, anche nei periodi di lunga siccità. Queste acque erano spesso considerate curative e nella zona del monte Drion era diffuso il culto di Calcante, un veggente originario di Argo, e quello del medico omerico Podalirio, un guaritore delle malattie e fratello di Macaone, guaritore di ferite – interessante notare che i nomi dei fratelli medici sono quelli di due bellissime farfalle (podalirio e macaone)– e a Podalirio era dedicata una di queste miracolose sorgenti.

Forse proprio dove c’era la sorgente di Podalirio e un oracolo dedicato a Calcante, fu edificata alla fine del VI secolo una piccola abbazia dedicata alla Madonna. Caduta in abbandono, all’inizio del XII secolo, per intervento di San Giovanni da Matera, l’abbazia fu riedificata e affidata alla Congregazione Pulsanese, un ordine monastico autonomo che sopravvisse fino al XIV secolo, quando confluì nell’ordine benedettino. L’abbazia subì alterne vicende: semidistrutta da un terremoto nel 1646, soffrì la soppressione degli ordini monastici a seguito delle leggi Napoleoniche, per poi subire nel 1966 il furto di una preziosa icona di scuola bizantina del XII secolo raffigurante la Madre di Dio di Pulsano.

L’eremo detto Rondinelle e la sua cappella, edificati a strapiombo su un profondo canyon

Mai completamente abbandonata dai monaci, che tutt’oggi mantengono una piccola comunità, grazie a una serie di interventi da parte dei fedeli, nel 1997 fu riaperta al culto la chiesa abbaziale. Oggi dell’antico monastero sopravvivono solo pochi resti, mentre la chiesa abbaziale, parzialmente ricavata in una grotta, conserva una serie di icone di stile bizantino di pregevole fattura. Da notare nella chiesa una serie di feritoie a pavimento per il drenaggio delle acque, a testimonianza della presenza di acque sorgive, oggi meno abbondanti per via dei cambiamenti climatici.

I monaci di Pulsano

Eremo di San Nicola di Mira. Dettaglio del residuo di affresco sulla parete interna scavata nella roccia

I monaci pulsanesi erano parzialmente eremiti e parzialmente cenobiti, un po’ come quelli della Congregazione Camaldolese di San Romualdo di Camaldoli che diedero origine all’Eremo di Camaldoli nell’Appennino tosco-emiliano. Ma qui gli eremi erano distanti l’uno dall’altro, localizzati in un territorio orologicamente complesso, tanto che per recarsi dall’uno all’altro occorreva spesso fare ricorso a corde e altri strumenti da rampicata. Alcuni di questi edifici erano destinati al solo culto, altri anche ad abitazione e, infine, alcuni a servizi comuni, come l’Eremo Mulino.

Grazie alla nostra preziosa guida Concetta Lapomarda abbiamo potuto visitare l’eremo di San Nicola di Mira, il santo protettore di Bari. Questo eremo non è molto distante dall’abbazia ed è raggiungibile con un relativamente breve percorso che mette a dura prova le articolazioni per via della natura piuttosto scoscesa del sentiero. Fortunatamente una serie di passamano aiutano gli escursionisti, ma, soprattutto, impediscono di cadere nei precipizi che fiancheggiano il cammino.

L’eremo di San Nicola conteneva certamente un luogo di culto, testimoniato dai resti di alcuni affreschi alle pareti, ma anche luoghi destinati ad abitazione. Sicuramente veniva abitato per periodi di isolamento e meditazione, cui facevano seguito periodi di vita cenobita dedita anche al mantenimento della comunità, testimoniati dalla presenza di un eremo detto “il Mulino”. Il complesso comprende oltre 20 eremi sparsi lungo i costoni di questi scoscesi canyon. Una mappa indicativa è visibile qui.

Nel 2010 il complesso degli eremi di Pulsano è stato eletto Luogo del cuore del FAI.

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Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche