Il sangue miracoloso di Santa Patrizia

Santa Patrizia LA compatrona

Napoli non è solo una macchina del tempo ma anche una macchina delle fede. La città, infatti, oltre San Gennaro venera ben 52 santi e compatroni, che assieme cooperano per il bene della città e dei suoi cittadini. Senza poi contare le “anime poverelle” del Cimitero delle Fontanelle, laddove ci si spinge al patrono personale. Che sia questo un residuo dei culti precristiani, dei Lari e dei Penati romani, o delle Ninfe, Sirene e deità silvestri della Neapolis greca, o che sia il segno della forte devozione e superstizione popolare, non è dato sapere.

Quello che ogni napoletano sa è che Santa Patrizia è LA compatrona, pari a San Gennaro anche nel miracoloso sangue. Una sapienza tutta napoletana, che i “forestieri” non conoscono, quasi fosse un segreto iniziatico. Ai forestieri si lascia il folklore del culto di San Gennaro, così bene narrato nel film “Operazione San Gennaro”.

Per le vie del centro

Chiesa di San Gregorio Armeno
La chiesa di San Gregorio Armeno

Di nuovo è la via San Gregorio Armeno, una delle vie della Neapolis greco-romana, a raccontarci una storia che a tratti cede al mito.

Partendo dal complesso di San Lorenzo Maggiore e dirigendosi verso il mare, dopo poche decine di metri sulla destra si apre il prostilo della chiesa di San Gregorio Armeno, popolarmente conosciuta come chiesa di Santa Patrizia. Pare che sia stata edificata sui resti di un precedente tempio di Cerere, la dea dei raccolti e dell’abbondanza, ma la sua origine non è certa.

Non è facile individuarla, specie nel periodo natalizio, perché sommersa dalle bancarelle dei “pupari” che vendono le statuine per i presepi e le caricature dei “potenti” di turno. La si riconosce per via del campanile posizionato su un arco che sorpassa la via appoggiandosi a due palazzi prospicenti. Ma varcato l’ingresso si apre una stupefacente chiesa riccamente adornata in epoca barocca, con soffitto a cassettoni decorato da pitture e metalli preziosi.

Dietro l’altare maggiore, l’immagine di una Ascensione di Giovanni Bernardo Lama è sormontata dal bassorilievo di un trionfo. Sulla destra un ambone ligneo riccamente adornato è il luogo da cui il celebrante parlava ai fedeli.

Santa Patriza protettrice degli ultimi e dei bisognosi

Ma perché se la chiesa è dedicata a San Gregorio Armeno, nella tradizione popolare è, invece, riferita a Santa Patrizia? E chi era costei?

Patrizia nasce da nobile famiglia a Costantinopoli alla metà del VII secolo e viene ritenuta discendente diretta dell’Imperatore Costantino. Molto ferrata nella fede, fin da bimba Patrizia fa voto di verginale castità. Ma quando giunge all’età adulta, come usa nelle case di alto rango, ella viene promessa in sposa a un nobile bizantino. Ma Patrizia per non rompere il suo voto fugge verso Roma con la sua fida nutrice Aglaia per cercare aiuto a Papa Liberio, il quale afferma la priorità del voto di castità.

Morto il padre Patrizia torna a Costantinopoli e cede la sua parte di eredità per aiutare gli ultimi dell’impero e decide di recarsi in pellegrinaggio a Gerusalemme. Ora qui la storia si mescola con la leggenda.

Pare che navigando verso l’attuale Israele, una violenta tempesta fece giungere il suo battello fino sulle coste napoletane a ridosso dell’isolotto di Megaride, dove oggi sorge Castel dell’Ovo. Qui fu accolta da monaci Basiliani che in quel luogo isolato avevano creato una comunità monastica. I monaci si presero cura delle sante donne, ma nonostante i loro sforzi dopo breve tempo Patrizia morì. La tradizione vuole che la data della morte sia il 25 agosto del 625 d.C.

Patrizia protettrice degli ultimi e dei bisognosi

Santa Patrizia: Cappella che ospista il corpo della santa.
La cappella che ospita il corpo della santa

La fida Aglaia, e un gruppo di altre donne accompagnatrici si rifiutarono di lasciare il corpo della giovane nobildonna, per cui i poveri monaci basiliani furono costretti a cercarsi un altro luogo dove stare. Aglaia e le altre donne, nel solco del culto della santità di Patrizia, diedero origine all’ordine monastico delle suore Patriziane.

La fama di Patrizia protettrice degli ultimi e dei bisognosi si sparse nel popolo napoletano, che volle traslarne il corpo presso la chiesa dei santi Nicandro e Marciano, che oggi fa parte del complesso di Santa Patrizia, sede dell’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”.

Il corpo della santa restò a lungo presso questa sede prima di essere traslato a ragione del decadimento strutturale della chiesa, nella chiesa di San Gregorio Armeno attorno alla metà del XIX secolo. Assieme alla chiesa le Patriziane occuparono anche un monastero che oggi ospita le “Suore Crocifisse adoratrici dell’eucarestia”, che, affiancando le Patriziane, custodirono le reliquie della santa fra cui un corpo parzialmente in cera e il prezioso sangue.

Coro della chiesa di San Gregorio Armeno
Il coro dove è possibile ritirarsi in preghiera alla reliquia del sangue di Santa Patrizia

La leggenda vuole che attorno al XVII secolo un cavaliere fortemente sofferente, dopo aver vegliato per un giorno e una notte intera il corpo della santa, approfittando della distrazione delle suore, decise di cavare un dente dal capo della santa per avere la sua reliquia personale. Ma la santa bocca cominciò miracolosamente a sanguinare, come se fosse viva.

Il sangue venne quindi raccolto dalle suore Patriziane ed è oggi esposto in un reliquiario.

Il reliquiario
Il reliquiario

Il 25 agosto di ogni anno, in occasione dell’anniversario della morte della santa, si compie il miracolo della liquefazione del sangue.

Questo miracolo fa di Santa Patrizia qualcosa di speciale, la controparte femminile di Gennaro e quindi il “vero” compatrono della città. A ragione della sua verginità, la tradizione popolare vuole che la santa sia la protettrice delle giovani donne nubili in cerca di marito.

Ma la generosità della santa si rivolge a tutti, e chiunque voglia chiederne l’intercessione o la protezione può pregare la preziosa reliquia tutti i giorni, dato che è esposta alla pubblica venerazione senza restrizioni.

Il complesso monastico di San Gregorio Armeno
Lapidi "pro memoria"
Le lapidi “pro memoria”

Il Monastero vale davvero la visita. La sua storia è complessa. Da sempre luogo in cui fare prendere i voti alle giovani figlie delle nobili famiglie napoletane, il monastero godette di una certa ricchezza.

Infatti, era uso delle più potenti famiglie nobiliari non dare in sposa le figlie minori per non disperdere il patrimonio familiare e per evitare parentele poco gradite.

Le giovani venivano quindi “indirizzate” alla vita monastica, accompagnandole con una dote e un appannaggio annuale per il monastero che le ospitava (ricordare la manzoniana monaca di Monza?).

Durante l’occupazione napoleonica di Napoli, il monastero rischiò seriamente la chiusura sull’onda degli editti di epoca Murattiana. Dopo l’unità d’Italia e la conseguente decadenza della nobiltà napoletana, il monastero iniziò a impoverirsi e non bastavano più le (scarse) donazioni di casa Savoia.

Le Patriziane, sempre meno numerose, si “estinsero” nei primi decenni del XX secolo. Negli anni ’50 poi il convento riprese l’attività educativa dando origine alla “Casa di educazione e istruzione per fanciulle orfane e bisognose di assistenza”, che stavolta si rivolgeva alle famiglie bisognose piuttosto che alle figlie della nobiltà napoletana.

Santa Patrizia: Il chiostro
Il refettorio

Visitando il monastero, il cui nome attuale è “complesso monastico di San Gregorio Armeno”, è possibile fare un piccolo viaggio nel tempo, in quanto si può osservare quel che resta di varie epoche della sua esistenza, dai momenti più sfarzosi, in cui occorreva ricordare su delle lapidi che in determinati periodi il digiuno era obbligatorio e pertanto i forni del convento venivano chiusi (evidentemente le giovinette nobili non erano avvezze al sacrificio) o raccomandare la moderazione dei propri comportamenti e atteggiamenti.

Un particolare “ricordo” della fulgida vita del monastero è il seicentesco “refettorio delle fanciulle”, abbellito dell’affresco ritraente le Nozze di Cana attribuito alla scuola dell’artista napoletano Belisario Corenzio. Il refettorio si affaccia su un bellissimo chiostro che unisce i vari ambienti del complesso e che porta allo stupendo scalone di ingresso. Qui, oltre a pagare il biglietto per la visita, all’uscita si incontrano le monache che vendono per il sostentamento della comunità oggetti da loro fatti.

Il chiostro

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Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche