I murales di Satriano di Lucania

La valle del fiume Melandro ospita uno dei borghi più particolari d’Italia: Satriano di Lucania. Posto all’interno del Parco Nazionale Appennino Lucano, a 653 m di altezza, il suo territorio comprende tre alture: il Castello, il Piesco e la Madonna della Rocca.

Satriano di Lucania e i suoi murales

Il paese anticamente si chiamava Pietrafesa e occupava la collina del Castello; assieme all’antico Satrianum formava un unico contado. A seguito della distruzione di Satrianum nel XIV secolo, il paese iniziò la sua espansione sulle colline vicine del Piesco e della Madonna della Rocca, fino a giungere alla sua configurazione attuale. Nella seconda metà del 1800 Pietrafesa mutò il nome in Satriano di Lucania per rafforzare la radice identitaria con l’antica Satrianum.

Nel 1988, il maestro Luciano La Torre, nativo di Satriano, ebbe l’idea di ornare le facciate delle case del centro storico e del corso principale con murales che facessero riferimento alla storia e alle tradizioni locali, richiamando a Satriano vari artisti, anche grazie alla fondazione dell’Associazione artistica Arte per la Valle.

La cosa mi ricorda l’opera della pittrice Liliana Corfiati, originaria di Campomarino, un comune d’origine Arbereshe in Molise, che iniziò a ornare le facciate delle case del suo paese con murales che richiamavano la storia e le tradizioni locali. Ma questa storia ve la racconterò una prossima volta.

Oggi il Satriano di Lucania è noto per essere una specie di esposizione artistica a cielo aperto, in quanto sui muri di moltissime case sono dipinti le opere di artisti contemporanei. I murales possono essere a tema libero o essere focalizzati su alcuni temi principali. Non è possibile descrivere tutte le tematiche affrontate per cui resta l’invito a recarcisi di persona per vivere nei propri occhi questa meraviglia.

Satrianum

Resti di Satrianum
I resti di Satrianum e la torre di guardia

Satrianum viene citata in documenti del IX secolo quando iniziò a guadagnare importanza per la sua posizione strategica a guardia del valico di Brienza e della via Herculea. Questa via era stata tracciata alla fine del III secolo per connettere il Sannio con la Lucania, dove le famiglie patrizie romane avevano possedimenti terrieri che portavano loro frumento, vino e altre derrate e ricchezze. La via Herculea, che deve il nome al tetrarca Massimiano Erculio, connetteva la via Appia e la Via Traiana, le più importanti arterie meridionali della Roma imperiale, e giungeva fino al territorio di Grumentum, la città che aveva fermato Annibale durante la seconda guerra punica.

In questo murale gli elementi chiave della vita del de Gregorio: i tre colli su cui sorge Satriano, il giovane non ancora pittore, e Napoli dove si recherà per imparare l’arte

Improvvisamente alla fine del XIV secolo Satrianum viene distrutta ad opera degli stessi Angioini che la detenevano. Una leggenda vuole che la regina di Napoli, Giovanna II d’Angiò, si invaghisse di un giovane nobiluomo di Satrianum, ma che questi respingesse le avances della regina perché a sua volta invaghitosi della bellissima Seal, dama di compagnia della regina stessa. L’affronto fu lavato con la distruzione del caposaldo. Ma questa è una leggenda, probabilmente le ragioni della distruzione furono più prosaiche, magari un’altra forma di ribellione al potere reale, ma la fantasia popolare ha voluto dare corpo alla versione più romantica della storia. Non si dice forse che in amore tutto è lecito?

Il Murale sulla presunta casa natale del Pietrafesa

Il Pietrafesa

Nel 1579, nel borgo di Pietrafesa nasce Giovanni de Gregorio da una famiglia di non eccelse condizioni. I genitori, nonostante le loro umili origini, si accorsero delle potenzialità artistiche del figlio; e appena questi fu adolescente il padre Gregorio de Gregorio decise di accompagnarlo a Napoli per affidarlo agli insegnamenti del pittore Fabrizio Santafede.

Un ipotetico atellieur del Pietrafesa

Alla fine del 1500 Giovanni torna in terra lucana per dipingere una Pietà nella chiesa di San Francesco a Potenza, opera che segna l’avvio della sua carriera artistica personale. Giovanni firmerà le sue opere con lo pseudonimo di “Pietrafesa” in onore del suo paese natale.

E in onore al Pietrafesa sono stati prodotti molti murales, in particolare sui muri di quella che la tradizione vuole sia stata la casa natale del pittore. Anche una statua bronzea è dedicata a questo “figlio” illustre di Satriano.

L’emigrazione

Un gruppo di murales è dedicato alle tematiche dell’emigrazione. Senza voler scomodare Pino Aprile, le condizioni economiche dei paesi della Lucania dopo l’occupazione dell’esercito piemontese – quel fenomeno noto come Unificazione d’Italia – erano davvero disastrose. Dopo il 1870 iniziano i flussi migratori prima verso le Americhe, poi verso l’Africa Orientale Italiana, e infine verso i bacini carboniferi dell’Europa del Nord.

Il murale dedicato all’emigrazione verso l’America del Sud

L’emigrazione americana ha seguito due rotte quella dell’America del Sud, prima Brasile, sulle orme di Garibaldi, poi Argentina, e quella dell’America del Nord verso New York, Chicago o Saint Luois. Un’emigrazione che ha fatto sì che milioni di italiani vivano in Argentina, dove si stima che oltre il 50% della popolazione abbia origini Italiane, o negli USA, dove si crede che nella sola New York vivano altrettanti “italiani” che a Milano, e dove a Saint Luois un’intera collina è nota come “la collina di guappi” (The wops hill) ad indicare che lì viveva la comunità italiana ai tempi della conquista della frontiera, nella seconda metà del 1800.

Durante il fascismo il fenomeno non si arresta – dal carcere Gramsci parlava di Questione Meridionale – in parte per ragioni politiche e in parte per quelle economiche. La conquista prima della Libia e poi dell’Africa Orientale Italiana, la AOI, spingerà il governo fascista a favorire l’emigrazione di centinaia di famiglie verso il nuovo “spazio vitale” che si apriva in Africa.

Dettaglio

Di quel periodo restano le canzonette “Faccetta nera”, “Serenata a Sellassiè” o l’”Inno d’Africa” a firma di E.A Mario, l’autore della patriottica Leggenda del Piave o della postbellica Tammurriata nera.

Infine l’emigrazione verso i bacini carboniferi di Francia, Belgio e Germania, dove centinaia di migliaia di Italiani hanno vissuto lo stesso sfruttamento che oggi gli “imprenditori” italiani comminano agli immigrati africani nei campi del Tavoliere e altrove.

Il 23 giugno 1946 l’Italia e il Belgio firmano un trattato. L’Italia s’impegna a inviare 50.000 lavoratori, 2000 a settimana, da impiegare nelle miniere di carbone in cambio di forniture di carbone a prezzi scontatissimi. L’accordo fu unanimemente definito Braccia per carbone.

A memoria dell’accordo Italo-Belga. Da notare sulla destra una Lampada di Devy e un uccello in gabbia. Quest’ultimo serviva ad indicare con la sua morte un eccesso di anidride carbonica nell’aria, la prima ad evitare l’esplosione del temibile “grisou” il “gas” esplosivo derivato dalla polvere di carbone sollevata durante l’estrazione

E in migliaia partono fino ad essere 150.000, con l’idea di poter mandare un po’ di denaro alle famiglie, di mettere da parte per costruirsi una casetta e far studiare i figli – il mito del “figlio dottore” richiamato dalla canzone “Contessa”- per affrancarli dal duro lavoro manuale. Partirono con l’illusione di un lavoro e invece appena giunti vennero messi in sudice baracche e inviati subito a lavorare nei pozzi.

I belgi li chiamavano gueules noires, facce nere, lo stesso termine che gli italiani avevano usato per le ragazze etiopi, o macaronis; gentaglia da evitare come la peste, con strani comportamenti incivili agli occhi dei belgi, feccia che andava a inquinare le loro strade (la storia oggi si ripete, anche se a parti mutate, praticamente ad ogni telegiornale).

E molti perirono nello sforzo di dare un futuro alle loro famiglie. Il più grave incidente fu il disastro di Marcinelle, dell’8 agosto 1956 nella miniera di carbone Bois du Cazier. L’ascensore che portava un carrello di carbone precipitò dando origine ad un grave incendio. Solo in 12 si salvarono mentre i periti furono 262, di cui 136 italiani. Quel disastro, che ispirò la canzone Una miniera del gruppo rock italiano New Trolls, pose di fatto fine all’accordo che nel bene e nel male aveva contribuito a  costruire il miracolo economico italiano.

U’ Rumìt

Satriano di Lucania è anche famosa per il suo carnevale.

La statua di U’ Rum’t

Di totale ispirazione silvo-pastorale, il Carnevale di Satriano rinnova miti antichi la cui origine si perde in un passato remoto. I personaggi ricordano il tempo in cui l’uomo viveva a stretto contatto con la natura e sopportava la sofferenza del vivere quotidiano: l’orso ricorda la natura animale dell’uomo e al tempo stesso il pastore che vive quasi come gli animali che guida; u’ romìt, l’eremita, il boscaiolo, il cacciatore-raccoglitore che vive in modo primitivo sempre nel bosco e raramente nel villaggio; infine la quaresima col volto di un’anziana solcato dalle rughe indica la fatica del vivere quotidiano, la sofferenza della vita stentata e ricca solo di lutti.

Ma la figura più affascinante è quella del romito, l’uomo-albero, l’uomo naturale in pieno equilibrio con la natura. Il romito è una maschera coperta di edera che giunge in paese una volta all’anno, alla fine dell’inverno, e bussa alle porte del borgo strusciandovi su un cespuglio di pungitopo legato sulla cima di un lungo bastone – quasi a voler evitare contatti con gli inurbati. Chiede un po’ di elemosina, ristabilisce contatti umani e annuncia la fine dell’inverno.

Il murale dedicato all’installazione “Alberi” al MOMA

Il Romito è muto, forse perché essendo vissuto solo nella foresta ha perso l’uso della parola e del linguaggio degli umani, un po’ come nella storia di Tarzan. Ma è anche il portatore di una profonda conoscenza empirica del bosco, di cui conosce i doni: sa riconoscere le piante e le erbe utili, sa riconoscere le tracce degli animali e le loro voci. Forse è un po’ un residuo della cultura del cacciatore-raccoglitore del Neolitico, un lungo filo della storia che lega l’uomo moderno ai suoi predecessori.

Basilico e basilisco, regalità e magia

E il romito è giunto fino a New York. Infatti la maschera dell’uomo vestito di foglie di edera che brandisce il bastone con i rami di pungitopo ha ispirato la cine-installazione “Alberi” presentata al MOMA, il Museum Of Modern Arts della città statunitense. Ovviamente l’evento ha anche ispirato un murale.

Nella tradizione lucana ci sono molti riti di fertilità legati a un’antica cultura silvo-pastorale, come il matrimonio degli alberi del Maggio di Accettura o come U’ Pitu e a Rocca di Rotonda, di cui ho già parlato.

Il Moccio degli Abbamonte.

E anche a Satriano di Lucania non poteva mancare una leggenda che oscilla tra il magico e l’horror. Vuole il mito che l’antica famiglia Abbamonte, una coppia di ricchi proprietari terrieri, possedesse tutto tranne la possibilità di generare un figlio. Presi dalla disperazione impastarono un Moccio, un Golem, fatto con la farina mista al sangue prelevato dalle proprie maestranze.

Il Moccio prese vita come un vero bambino, ma la felicità non durò a lungo. Il Moccio, infatti, era dispettoso e cattivo, un po’ come il figlio resuscitato in Pet Semetary di Stephen King. Gli Abbamonte provarono mille espedienti per allontanarlo, ma il dispettoso Moccio trovava sempre il modo di tornare. Infine, disperati, decisero di murarlo vivo. Ma dove sia la prigione del Moccio non si sa, se n’è persa la memoria.

La leggenda era una sorta di storia “educativa” da raccontare ai bambini per frenare le loro indoli ribelli, la versione locale dell’uomo nero. Ma è anche un racconto morale che stigmatizza il potere dei “Signori” che per soddisfare i propri desideri non esitavano a “togliere il sangue” – espressione colorita ma efficace – ai propri lavoratori, che in passato vivevano in uno stato di opprimente simil-servitù.

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Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche