Grassano. Ovvero “ngap a grott” e “ngap a serr”

Grassano che bella città…

“Evviva Grassano / che bella città / si mangia e si beve / e allegri si sta”. Questa filastrocca veniva cantata dai bambini di Grassano negli anni ’20 del secolo scorso. In effetti, nel periodo fra le due guerre mondiali Grassano era un paese “benestante” per gli standard dell’epoca.

Con una economia basata sulla produzione di frumento, principalmente il “Grano Cappello” ovvero la varietà Senatore Cappelli, quella originale di Strampelli , non quella oggi commercializzata come “grano antico”, il paese godeva di una certa agiatezza. Non tutti, è vero.

I contadini vivevano in case tutte uguali, fatte da maestri muratori senza progetti di tecnici, ma sulla base di un modulo che funzionava e pertanto veniva replicato uguale senza deroghe.

I contadini più fortunati lavoravano a mezzadria, quindi con una certa autonomia di accesso alla terra. Gli altri “andavano a padrone”, chiamati di volta in volta dai fiduciari dei latifondisti, gli antenati dei caporali odierni.

Le famiglie contadine erano numerose, spesso con più di dieci figli che non giungevano tutti all’età adulta: la dissenteria, la malaria, e “l’angelo del signore” se ne portavano via un bel po’ prima della pubertà. Poi la guerra in Russia e in Africa, se ne portò via tanti che erano giunti ad essere giovani adulti.

Le case dei contadini. Oggi sono abbandonate anche a causa dei danni del sisma del 1980

Grassano si sviluppa su due colli: “ngap a grott” (capo le grotte) ovvero il nucleo più antico e “ngap a serr” quello sviluppatosi soprattutto dopo il boom economico coi soldi degli emigrati in Svizzera, Belgio, Germania o Francia.

I colli giacciono tra due valli fluviali: a Ovest la valle del Basento, il maggiore fiume della Basilicata, e Est la valle del Bilioso, un fiumiciattolo con andamento molto incostante, soprattutto oggi, e una continua riduzione della portata.

Un po’ come la popolazione che è quasi dimezzata rispetto agli anni ’50, un destino simile a molti paesi della Basilicata e del sud.

La valle del Bilioso vista dalla Chiesa Madre

Per Grassano passa la Via Appia , il tracciato originale di epoca romana. Tra i primi documenti storici che menzionano Grassano c’è una Bolla Papale di Callisto II del 1123 dove viene nominato Crassanum.

Alle origini del nome

L’origine del nome è incerta, forse derivante da un possedimento della famiglia romana dei Crassi, appartenenti alla Gens Licinia, ma non si hanno documenti ufficiali in tal senso.

Questa tesi sarebbe avvalorata dal fatto che i patrizi romani avevano spesso ampi possedimenti nella terra chiamata “Lucania”, la terra degli alleati Lucani nelle guerre Sannitiche, e dove per altro nacque il poeta Orazio.

Nella seconda metà del 1200 documenti attribuiscono Grassano alla giurisdizione della vicina Tricarico. Ma ai primi del secolo successivo il locus venne donato all’ordine Gerosolomitano dei Cavalieri di Malta. Grassano divenne quindi una ricca commenda dell’ordine maltese e tale restò fino al XIX secolo.

La commenda grassanese comprendeva 17 “Grancie” ovvero latifondi dediti alla coltivazione della terra e all’allevamento animale. Fra l’altro il termine Grancia è fratello dello spagnolo Grancha, corrotto in Rancho presso le colonie americane, da cui il termine “western” di Ranch.

Dopo il periodo maltese, le terre vennero amministrate da nobili che in genere risiedevano a Napoli e delegavano la gestione della proprietà a figure locali, sia nobili che borghesi, che non sempre miravano al benessere collettivo.

La via dei Cinti sovrastata dalla Chiesa Madre

Con l’unificazione d’Italia, la Basilicata fu attraversata dal brigantaggio. I briganti, che nell’immaginario collettivo vengono descritti come spregiudicati criminali, erano in realtà una sorta di partigiani, delusi dal regime sabaudo e dalle sue promesse di emancipazione.

Carmine Crocco fu il più celebre dei briganti, e ha ispirato i versi:

Amu pusatu chitarre e tamburi ‘ppe chista musica c’adda cangià, simu briganti e facimu paura e ccu a scuppetta vulimu cantà…. Tutti i paisi d’a Basilicata si su scetati e mo vonnu luttà” (Abbiamo lasciato chitarre e tamburi per questa musica che deve cambiare, siamo briganti e facciamo paura e col fucile vogliamo cantare… Tutti i paesi di Basilicata si sono svegliati e ora vogliono lottare).

Anche Grassano ebbe il suo momento. Il 10 novembre 1861 le truppe di Crocco si asserragliarono a Grassano per difendersi da un attacco dell’esercito Piemontese.

Col Fascismo Grassano ritrovò un periodo di relativa prosperità, come sopra ricordato, grazie alla produzione e commercio dei cereali, grano duro soprattutto e dei legumi. Le fertili colline erano particolarmente adatte alla produzione cerealicola e a quelli dei legumi usati nelle rotazioni agrarie.

I “Confinati”

Ma col fascismo arrivarono anche i “Confinati”, ovvero gli oppositori politici allontanati dalle proprie famiglie e amicizie. Carlo Levi nel 1935 vi venne confinato e vi restò poco tempo prima di essere trasferito ad Aliano.

Qui Levi trovò ispirazione per le sue opere “Cristo si è fermato ad Eboli” e Lucania 61 di cui ho già scritto. Oggi Grassano e Aliano sono gemellate nel parco letterario dedicato allo scrittore.

La Chiesa Madre come appare salendo da Ngap a Grott

Con lo scoppio della pace deflagrano le contraddizioni del Sud.

La repubblica vara la riforma agraria che toglie le terre ai latifondisti, ma questo non basta ad alleviare le condizioni di vita dei contadini, anzi.

Una riforma fatta da intellettuali senza diretta conoscenza del problema (aveva ragione Vico, la storia si ripete) costringerà migliaia di lucani ad emigrare soprattutto in Belgio e Svizzera sull’onda di accordi bilaterali in cui l’Italia cedeva mano d’opera a basso costo in cambio di carbone e valuta pregiata.

Scriverà il romanziere svizzero Max Frisch: “Volevamo braccia, sono arrivati uomini!”, uomini coi loro sogni, le loro esigenze, con la speranza di un riscatto.

L’Italia della democrazia tradita ancora una volta non aveva saputo proteggere, come oggi, il proprio capitale umano. Ma le rimesse degli emigranti alle famiglie rimaste in Italia consentirono quel minimo di sviluppo che le istituzioni preposte non erano state in grado di attuare.

Grassano non ha molti monumenti, ma di certo merita non solo una visita. La Chieda Madre segna il punto più alto del paese, con quasi 600 metri. Di qui si può dominare la valle del Bilioso e vedere, con l’aria tersa, i paesi vicini fino ad Oppido o alle propaggini di Matera.

La chiesa di struttura settecentesca, ma di epoca probabilmente più antica, era parte dell’antica cinta muraria che comprendeva il castellum dei Cavalieri di Malta e che oggi ancora sussiste a tratti in alcune via di ngap a grott.

Dal lato della Chiesa Madre verso il Basento si stende il borgo antico, mentre dal lato del Bilioso si apre la campagna.

Una strada che costeggia la chiesa da quel lato passa vicino ai “Cinti”, una serie di grotte parzialmente artificiali utilizzate a mo’ di cantine per stagionare formaggi o preparare il vino con le uve del territorio.

Sopra i Cinti un “belvedere” consente allo sguardo di spaziare sulle valli del Bilioso e dell’alto Bradano.

Un presepio del Maestro Artese donato a Palazzo Grassani

Scendendo verso la via Appia (in gergo locale Via Nazionale) incorriamo in Corso Umberto I un tempo la via dei mietitori.

Infatti, all’incrocio con Via Regina Margherita, in uno spiazzo dove un tempo sorgeva una chiesetta abbattuta per consentire l’arrivo del “postale”, il bus navetta con la stazione FFSS che sta in valle al Basento, si radunavano i mietitori che venivano dalla Basilicata e perfino dalla Puglia per lavorare nei giorni della mietitura del grano, allora fatta assolutamente a mano.

Qui vicino si erge Palazzo Materi, casa dei nobili omonimi, che nel periodo fra le due guerre erano i “signori” di Grassano.

Oggi Palazzo Materi è un piccolo museo e ospita i presepi del Maestro Francesco Artese, grassanese, Franco per i compaesani. Artese è salito alla ribalta nazionale per aver costruito nel 2012 il grande presepe donato a Benedetto XVI dalla Regione Basilicata, un’opera di 150 mq e oltre 100 statuine tutte rigorosamente scolpite dal Maestro.

Ma tornerò a parlare di Grassano di alcuni suoi angoli nascosti e di alcune sue tradizioni che si posizionano fra quelle di un’area che fino a pochi decenni or sono era chiamata “LE Puglie”.

Domenico Pignone

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche

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