Ginosa, la perla sconosciuta ai più

In un precedente articolo ho parlato della natura e origine delle gravine, e del fatto che la Murgia occidentale sia ricca di queste strutture, fra loro parallele, al punto di essere identificata come la “Terra delle Gravine”. Fra i tanti comuni di questa terra c’è Ginosa. Questo nome alla maggior parte della gente, ricorda il mare dello Jonio, dato che Ginosa Marina è una rinomata località turistica al confine fra Puglia e Basilicata. Raramente si considera che esiste una città collinare a circa 250 m s.l.m e poco più di 20 km di distanza. Ed è un peccato quasi mortale.

Il Castello Normanno

Storia antica di Ginosa

Il territorio di Ginosa ha ospitato l’uomo fin da epoche antichissime. Qui sono stati trovati ciottoli lavorati attribuiti all’Homo heidelbergensis, quindi databili fra 100.000 e 300.000 anni, il periodo di questo progenitore in Italia. Anche la presenza di Neanderthal, quindi un orizzonte temporale più prossimo (55.000-40.000 anni) è attestata da manufatti tipici di quella cultura.

In epoche più prossime alla nostra il territorio fu occupato dai Peuceti, uno dei popoli originati dagli Iapigi, come già scritto, che si mescolarono alle popolazioni autoctone. La loro presenza è confermata anche da ceramiche e produzioni orafe tipiche di quella cultura.

La torre dell’Orologio

La produzione ceramica viene attribuita a un “Pittore di Ginosa” vissuto nel IV secolo a.C., periodo in cui operò anche un orafo denominato “Maestro di Ginosa”. Le opere di queste due scuole artistiche furono ritrovate nei corredi tombali peuceti nel territorio della città, e sono oggi conservate presso il Museo Archeologico di Taranto.

Gravina subì fortissima l’influenza greca delle potenti colonie di Taranto e di Metaponto fino a quando i Romani conquistarono questo territorio. Ginosa divenne quindi un importante Oppidum sia come avamposto difensivo, che per il suo fertile territorio che provvedeva alla produzione alimentare di Roma e del suo esercito. In questo periodo la città è nota come Genusium, nome dall’origine ancora non del tutto chiara, ma probabilmente legato al culto del dio Giano.

Il Medioevo

Il villaggio rupestre Casale

Dopo la caduta dell’Impero di Occidente, Ginosa subì scorribande di popoli invasori, ma soprattutto dei Saraceni, che venivano a predare i raccolti a fine estate. Decimati per fame e malattie, gli abitanti si rifugiarono nelle gravine abitando e modificando le grotte naturali del territorio grazie alle proprietà delle rocce calcaree facili da lavorare.

Ma con l’arrivo dei monaci Basiliani oltre alle abitazioni i Ginosini contribuirono all’edificazione di magnifiche chiese rupestri, finemente affrescate. Purtroppo, anche qui, come a Castellaneta, la natura stessa della roccia non ha facilitato la conservazione di questi affreschi. Se poi ci si mette pure l’uomo…. Malauguratamente, alcune di queste chiese sono andate parzialmente e del tutto perdute per via dei crolli naturali di questa roccia che l’acqua rende friabile, o per via di terremoti che affliggono la regione, fra cui uno catastrofico a metà del XIX secolo.

Il villaggio rupestre Rivolta. Notare gli elementi architettonici edificati in aggiunta a quelli in negativo scavati nella roccia

L’arrivo dei Normami riportò un po’ di stabilità nella regione, anche se gli abitanti continuarono a vivere nelle case scavate nella roccia. Questo modus vivendi è stato abbastanza diffuso nelle Murge fino a tempi recenti, come per esempio nei Sassi di Matera, definiti da Gramsci ”vergogna nazionale”. I Normanni costruirono un Castello difensivo, con funzione di torre d’avvistamento, che successivamente fu trasformato in residenza baronale della famiglia Doria.

Attorno al castello iniziò a coagularsi un primo nucleo della nuova città che oggi costituisce il centro storico di Ginosa. Tuttavia, il villaggio rupestre del rione Casale sopravvisse ancora per secoli. Al punto che la Chiesa Madre di Santa Maria del Rosario, edificata nel XVI secolo si trova proprio in questo rione.

La Chiesa Madre nel Rione Casale

A suggellare la nascita del “nuovo” borgo furono una serie di palazzi gentilizi nelle prossimità del castello, ma soprattutto la Torre dell’Orologio. Edificata fra gennaio e maggio 1820 per una spesa complessiva di 275,58 ducati, quest’opera è un segno importante di modernità. Infatti a quell’epoca pochi possedevano un orologio e la misura del tempo era affidata a metodi “tradizionali” arcaici. Un orologio che segnasse l’ora esatta per tutta la cittadinanza era un chiaro segno di emancipazione per la popolazione tutta.

I villaggi rupestri

Due sono i principali insediamenti rupestri: Casale e Rivolta. Questi villaggi presentano caratteristiche peculiari che fanno comprendere come le case-grotta, così come le chiese rupestri, non fossero solo strutture naturali, ma veri e propri edifici progettati. Infatti, la cosiddetta “architettura in negativo”, ovvero quella ottenuta asportando roccia, non consente errori; se si toglie troppo, non c’è modo di aggiungere materiale edilizio.

La facciata

Le caratteristiche principali, soprattutto del villaggio Rivolta, sono le aperture delle case rivolte a sud, per meglio fruire della luce naturale, l’ordine delle case su più livelli, per cui il tetto di un livello è il pavimento di quello superiore, e, soprattutto, la gestione dell’acqua. Una serie di canali, infatti, fanno confluire le acque piovane in una serie di cisterne scavate nella roccia e impermeabilizzate con la tecnica del coccipesto di diretta derivazione dall’ingegneria romana, che conferisce alle pareti una colorazione rossastra. Infine da ammirare lo sviluppo dei sentieri e dei passaggi scalinati che consentivano agli abitanti di recarsi facilmente in ogni casa del villaggio, di raggiungere i campi, o di recare gli animali al pascolo.

Particolare della facciata con l’Affresco di San Martino di Tours

A partire dal XV secolo, però, oltre alla edilizia in negativo, si iniziò a costruire anche con materiali edilizi, soprattutto per ampliare edifici rupestri già esistenti. Le gravine, infatti, rappresentavano una fonte di materiale pressoché inesauribile. Esse, infatti, sono state utilizzate come cave fino a pochi decenni or sono.

La Chiesa Madre

Tela della Madonna gravida

La chiesa edificata nel rione Casale, fu voluta da Giambattista Doria e affidata a architetti francesi. La costruzione iniziò nel 1554 e la scelta dei francesi fu forse una scelta “politica” per proteggere Ginosa da eventuali scorribande e saccheggi, aprendola alla comunità francese. La chiesa fu inizialmente dedicata a San Martino di Tours, un santo, ça va sans dire, caro ai francesi.

La tradizione vuole che Martino, soldato romano non battezzato, durante una ronda notturna di guardia nell’inverno, particolarmente rigido, del 335, tagliasse il suo mantello per coprire un mendicante che stava soccombendo al freddo. Il mattino seguente Martino, dopo aver sognato Gesù, si sveglio col mantello integro. La reliquia divenne poi parte del tesoro dei re Merovingi francesi.

Infatti la facciata della chiesa è caratterizzata da un portale scolpito, da un rosone, e dai resti di un affresco raffigurante Martino nell’atto di tagliare il proprio mantello.

Affresco della Madonna che allatta

La chiesa venne poi dedicata alla Madonna del Rosario quando questa venne dichiarata Patrona della città nel 1775. All’interno alcuni piccoli tesori. Alla base della navata destra una tela rappresenta l’Annunciazione di Maria, mentre un po’ più avanti, alle spalle dell’ambone ligneo, sulla stessa navata, una tela raffigura la Madonna incinta, forse ispirata all’affresco “Madonna del Parto” di Piero della Francesca. La rappresentazione della Madonna incinta, manifestazione del “Verbo Incarnato” è tipica della Toscana nei secoli XIV-XV, ma la sua eco ha raggiunto anche Ginosa.

L’altare maggiore è sormontato sa alcuni affreschi che ornano la mensola dell’organo a canne. Quello centrale rappresenta una Madonna che allatta, la Virgo Lactans o Panaghia Galaktotrophosa, a cui ho già accennato. L’origine di questa rappresentazione è orientale, per cui in questa piccola chiesa di Ginosa si fondono influenze religiose orientali, portate dai Basiliani, e influente culturali del Rinascimento toscano. Non mi pare affatto qualcosa da sottacere, visto che entrambe le rappresentazioni puntano alla natura umana del Cristo.

La chiesa rupestre di Santa Barbara

Infine l’ultimo gioiello di questa chiesa è … il custode Carmelo. Un uomo appassionato di questi luoghi e fine conoscitore della loro storia. Racconta e descrive tutto con un entusiasmo che non è facile dimenticare.

Le chiese rupestri

Non troppo distante dalla Chiesa Madre, scendendo verso il fondo della gravina, si raggiunge la chiesa rupestre di Santa Barbara. Purtroppo questa chiesa è a forte rischio di crolli per via delle ampie fessurazioni apertesi nelle rocce che la compongono o la sovrastano. Formata da vari ambienti o aule, ha l’ingresso principale in quella mediana. Sugli stipiti dell’ingresso due affreschi databili fra il X e il XII secolo, i cui dettagli sono gravemente compromessi. A sinistra è raffigurata Santa Barbara, il cui volto è andato perduto ma sono ben visibili le mani e i particolari dell’abito. A destra invece ci sono i resti di una Madonna con bambino. Tutto l’arco che sovrasta l’ingresso era affrescato ma oggi restano solo tracce di quei dipinti.

Ingresso della chiesa rupestre di Santa Barbara

Sul fondo della cappella principale è possibile individuare un’abside e quelli che potrebbero essere i resti di un altare litico. A sinistra dell’abside, su una colonna, i resti di un altro affresco raffigurante Santa Barbara. Questo affresco era visibile fino agli anni ’80 del secolo scorso e ne restano alcune foto e illustrazioni. Oggi, il tempo e l’incuria hanno fatto scomparire questo affresco considerato di pregevolissima fattura e di notevole importanza artistica. C’è anche chi sostiene che l’affresco sia stato rubato con la tecnica dello strappo.

Abside di Santa Barbara

Il complesso di Santa Barbara è troppo vasto per essere stato solo un luogo di culto, per quanto importante. Probabilmente al culto erano destinate la sola aula principale e una cappella secondaria, mentre gli altri ambienti erano alloggi dei monaci che qui avevano insediato un loro cenobio. In epoca successiva, gli ambienti dei monaci furono utilizzati come sagrestia. Già dalla fine del XVI secolo questa chiesa fu abbandonata e utilizzata come cava per estrarne i blocchi di “tufo” utilizzati per l’ampliamenti del villaggio Rivolta dall’altro lato della gravina, un’attività che ha contribuito a minarne la stabilità.

Ingresso della chiesa rupestre di Santa Sofia

Un inventario dei beni cittadini fatto redigere dall’allora feudatario della città, Federico II d’Aragona, nel 1490 annovera ben 36 chiese rupestri a Ginosa. Oggi ne restano solo 12 e solo alcune di queste sono fruibili. Fra di esse la chiesa rupestre di Santa Sofia, una delle meglio conservate nella zona. Ci si accede da quello che fu un orto privato, cosa che ne avrà certamente favorito la conservazione, attraverso pochi gradini che portano in basso. La parte frontale reca i segni di un crollo e probabilmente l’accesso originale era da una apertura laterale, oggi parzialmente murata. Santa Sofia venne scavata ed affrescata nel XV secolo cosa evidente dal differente stile architettonico rispetto alle chiese rupestri basiliane. Tuttavia essa fu edificata sui resti di una precedente chiesa, dedicata alla stessa santa, di epoca bizantina crollata per cause naturali.

Sulla parete a sinistra dell’ingresso è visibile un affresco della Santa Sofia affiancata dai santi Leonardo (a sinistra), protettore dei carcerati e Sant’Antonio da Padova, con il bambino Gesù in braccio e il tipico giglio. L’affresco è stato totalmente rifatto attorno al 1940 da un pittore locale, Vito Malvani, anche se in stile coerente con quello originale. All’interno dell’aula va notato il soffitto a forma di carena di nave con una ampia costolatura centrale. Un’altra costolatura trasversale un tempo giungeva fino a terra, ma interventi successivi ne hanno interrotto il cammino. Queste costolature mimavano le colonne delle chiese e avevano funzione puramente ornamentale e non di sostegno.

Santa Sofia particolare dell’affresco absidale

L’abside possiede un piccolo presbiterio, cui si accede attraverso un paio di gradini, sormontato da un arco in cui sono state ricavate due costolature incociate. Un tempo qui esisteva un altare litico purtroppo distrutto da vandali in tempi recenti. Sul fondo un affresco rappresenta la crocifissione e le pie donne dolenti ai piedi della croce. C’è una particolarità, ovvero tre angeli che raccolgono il sangue del Cristo morente che sgorga dalle ferite delle mani e dal costato. Il tema della raccolta del sangue ricorda la Crocifissione Mond di Raffaello Sanzio dipinta attorno al 1502, un altro interessante parallelo con il rinascimento toscano, ma forse si tratta solo di una coincidenza. Anche questo affresco è stato ritoccato dal Malvani, ma senza alterare l’originale.

Il Cammino Materano

Indicatori del tracciato della Via Ellenica

Il Cammino Materano è un progetto nato con l’idea di far rivivere gli antichi cammini dei pellegrini attraverso una forma di turismo sostenibile, perché fatto a piedi, culturale, attraverso la conoscenza dei luoghi e della loro storia e inclusivo, in quanto i camminatori sostano nei luoghi tappa del cammino ospitati da volontari cultori della tradizione locale. Il Cammino ha come meta Matera, ma si dipana attraverso diverse vie che prendono il nome dall’itinerario.

La Via Ellenica – Terre delle Gravine parte da Martina Franca per raggiungere Matera attraversando molte delle gravine. La nostra eccellente ed entusiasta guida Federica Lapertosa durante il percorso nella gravina ci ha fatto notare i segnali giallo-verdi che segnano questo cammino.

E Italia a Piedi non poteva non ricordare il fatto che si può conoscere davvero un qualsiasi territorio solo attraversandolo a piedi, perché il cammino lento permette di veder cose che altrimenti fuggono via. Cose che, per dirla con Guccini, sono solo “impressioni di un momento “, “qualcosa che non resta”.

Tutte le foto sono dell’autore. Per vederle meglio aprirle in una nuova scheda

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche