Acerenza, “alto nido sui monti”*

La Basilicata è attraversata da nord a sud da quattro fiumi che scorrono più o meno paralleli fra loro. Da ovest a est essi sono il Sinni, l’Agri, il Basento e il Bradano. Il corso parallelo di questi grandi fiumi di fatto plasma lo scosceso paesaggio collinare lucano. Normalmente i borghi lucani sorgono sulle cime delle colline delineate da questi fiumi, sia per motivi di salute, essendo le vette lontane dalle acque dove si annidava la malaria, sia per motivi difensivi, in quanto è più facile individuare l’arrivo dei nemici e difendersi se si è in posizione elevata.

Acerenza: la cattedrale
La Cattedrale di Acerenza

Nell’alto corso del fiume Bradano sorge Acerenza. Questa cittadina ha antichissime origini che addirittura si ritiene possano risalire al paleolitico. Certamente fu uno dei villaggi delle popolazioni Osche che per prime abitarono il sud della penisola. Quando il sud Italia venne colonizzato dei greci, essi risalirono il corso dei fiumi che sfociavano nello Ionio e fondarono delle colonie. Una di queste fu proprio Acerenza che venne chiamata da Greci Αχερουντία (Acheruntia) e Aceruntia dai Romani, forse prendendo il nome da ἄχερος (acheros), l’antico nome del fiume Bradano e nome generico greco per indicare masse di acqua. Il nome Acheronte però è anche legato a uno dei fiumi che portano all’ingresso dell’Ade, il luogo che nella mitologia greca dovevano raggiungere i morti traghettati dalla barca di Caronte. Quando Ercole scese nell’Ade per catturare il cane Cerbero, la sua dodicesima fatica, entrò proprio dal fiume Acheronte. Negli anni 60 del secolo scorso venne scoperta in Acerenza una piccola statuetta bronzea di una ventina di centimetri che rappresentava Ercole. La statuetta, definita Ercole acheruntino, fa riferimento a quella impresa. Oggi la statuetta è conservata presso il Museo Archeologico Nazionale di Basilicata a Potenza. Il ritrovamento diede corpo alla leggenda di un ingresso al regno dei morti da una caverna presente un tempo sui fianchi della collina.

Nel periodo romano Acerenza fu municipium quindi borgo con un alto livello sociale. Dopo la caduta dell’impero romano fu invasa dei Goti e successivamente dai Longobardi, divenendo parte del Ducato di Salerno. A lungo contesa dai bizantini di Bari,divenne infine possedimento dei normanni a metà del XI secolo, a seguito della vittoria di Asclettino I, il fondatore della Contea di Puglia, che verrà in seguito guidata da Federico II di Svevia.

Elementi di riuso della cattedrale di Acerenza
Elementi di riuso

Fra l’XI e il XII secolo venne eretta la cattedrale di Acerenza su una antica chiesa. In tempi più antichi nello stesso sito sorgeva un tempio dedicato ad Ercole acheruntino, da cui la statuetta di cui parlavamo prima. La chiesa ha poi subito ristrutturazioni e riedificazioni fra il XIII e il XVI secolo, anche a causa di disastrosi terremoti. Nel 1524 i conti Ferrillo di Acerenza intrapresero una completa ristrutturazione che porterà anche alla creazione di una cripta. Una ultima ricostruzione dovuta a danni sismici agli inizi del XX secolo ci restituisce la cattedrale odierna, dedicata a Santa Maria Assunta e a San Canio. Quest’ultimo è anche il patrono della città.

Mostro che morde una donna, visibile all'esterrno della cattedrale di Acerenza.
Mostro che morde donna

San Canio nacque a Cartagine nel III secolo, e venne condannato alla decapitazione per aver rifiutato di adorare gli dei Romani (per questo gli è attribuito il titolo di Martire). Tuttavia eventi meteorologici eccezionali spaventarono i persecutori e consentirono a Canio di fuggire e di approdare in Italia. Qui visse e compì miracoli nell’attuale Sant’Arpino (provincia di Caserta), per poi morire in eremitaggio. Il suo corpo fu traslato ad Acerenza nel IX secolo per volere del vescovo Leone di Acerenza, che stava facendo ricostruire la chiesa. Per proteggere il corpo del santo, esso fu murato sotto l’altare maggiore, dove tutt’ora riposa. Solo il bastone pastorale è oggi ammesso alla vista del pubblico in una nicchia del deambulatorio della basilica. Leggenda vuole che il pastorale viva di vita propria e che si avvicini e si allontani motu proprio dalla finestrella che lo rende visibile.

Questo è uno dei misteri e curiosità della Cattedrale, anche sfiorata dalla leggenda del Santo Graal portatovi dai Templari. Sembrano sostenere questa ipotesi il nome della piazza Glinni su cui sorge la cattedrale, derivazione dal Gaelico Glin, come gaelica è la leggenda del Graal; il fatto che i Conti Ferrillo fossero Cavalieri di Gerusalemme, ordine derivato dai Templari; che il fondatore dell’Ordine Templare, Hugues de Payns, fosse in realtà Ugo de Pagani, originario della vicina Forenza. Sui nomi di personaggi famosi ci sono tante storie, anche quella che riguarda William Shakespeare il cui vero nome sarebbe Guglielmo di Crollalanza. Ma questa è un’altra storia.

Fregio del Portale (particolare)

Un’altra curiosità riguarda il legame della cattedrale con Vlad III di Valacchia, il famoso conte Dracula, che pare diede in sposa una sua figlia, Maria Balsa, al conte Giacomo Alfonso Ferrillo. In seguito a quella unione i Ferrillo divennero Ferrillo-Balsa, e sovrapposero allo stemma di famiglia lo scudo dell’Ordine del Drago, lo stesso a cui apparteneva Vlad III. Ma queste sono solo deduzioni indirette e non ci sono documenti storici che colleghino direttamente Maria Balsa a Vlad III.

La Cattedrale è in stile romanico pugliese, con magnifiche sculture in pietra dal significato non sempre chiarissimo. Una di queste, che sorregge una delle colonne dell’ingresso e raffigurante un mostro che morde una donna, potrebbe essere alla base delle leggende sulla connessione con Dracula. Il portale è impreziosito da un decoro a tralci inglobanti figure varie, fra cui dei musici, una danzatrice, animali fantastici e semplici artigiani. I tralci, probabilmente di vite, fuoriescono dalla bocca di due figure umane alla base del portale, una destra e una sinistra. La vite probabilmente simboleggia la vita eterna promessa dalla fede cattolica. Le pareti esterne della cattedrale incorporano elementi di riuso rivenienti dell’epoca romana, fra cui un sarcofago funerario.

La Cripta

La cripta è affrescata con motivi monocromi per far intonare cromaticamente queste decorazioni con il colore della pietra usata tutto attorno. Le decorazioni monocrome uniscono simboli cristiani e classici: a fianco a un Cristo confessore è possibile vedere sirene, tritoni e fauni che suonano il flauto.

Spero che queste poche righe abbiano stimolato in qualcuno il desiderio di una visita di approfondimento. Il bello del nostro Paese è proprio questa caratteristica di possedere migliaia di piccoli tesori da poter visitare in un giorno o in un week end. Oggi la Basilicata offre ancora la possibilità di scoprire questi borghi non troppo corrotti dalla modernità, caratteristica che si estende anche al cibo. Non è difficile in questa terra trovare ristoranti fedeli alla tradizionale cucina “povera” ma ricca di sapori di questa terra.

Non solo la storia ha baciato Acerenza, oggi annoverata tra i borghi più belli d’Italia; anche la natura è stata prodiga, regalandole una stupenda posizione, panoramica dall’alto dei suoi oltre 800 m s.l.m., ma anche un intorno molto interessante sia dal punto di vista geologico che naturalistico.

* la citazione è tratta dalle ODI (libro III, 4, 9.20: “quicumque celsae nidum Aceruntiae”) di Quinto Orazio Flacco. In questo carme Orazio, nato nella vicina Venosa, parla della sua fanciullezza in Basilicata
Tutte le foto sono dell’autore

Domenico Pignone

Domenico Pignone

Ricercatore emerito del Consiglio Nazionale delle Ricerche

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