I Naharki, antichi abitanti della Valnerina

SULLE TRACCE DEI NAHARKI

Il termine arcaico Nahar è correlato all’etnia dei Sabini “protagonisti” –scrive lo storico Nicola Fierro nella Storia dell’Italia antica–. Tale idronimo sabino (dal latino Nar, fiume Nera, affluente del Tevere) ha dato origine al geotoponimo Valle del Nera o Valnerina.

L’etnico Naharce –nelle varianti Naharcon o Naharcum– documentato nelle Tabulae Iguvinae ed in testi medioevali, è sicuramente riferito all’idronimo Nahar.

I Naharci o Nagarki, definiti nelle Tavole Iguvine (Tabulæ Iguvinæ) nemici degli umbri, erano gli abitanti autoctoni della Valle del Nera, come ampiamente sostenuto dalla voce autorevole di Giacomo Devoto.

E’ storicamente plausibile l’identificazione etnica fra Sabini e Naharki: “Roma è tributaria verso la cultura umbro-sabina” –sostiene Ancillotti Cerri– “nel campo dei riti religiosi e dell’organizzazione del sistema giuridico”.

TABULAE IGUVINAE

Nelle Tavole bronzee di Gubbio (III – II secolo a.C.), considerate il più antico documento rituale e linguistico in lingua umbra e latina, conservato nel Museo civico di Gubbio, si trovano riferimenti molto importati alla civiltà umbra preromana.

In tale eccezionale documento epigrafico la corporazione religiosa degli Atiedii lancia esecrazioni per motivi etnici contro stranieri e nemici, fra i quali trovano menzione proprio i Naharki.

Nei periodi di ostilità, secondo la religione teriomorfica praticata nell’egubino, il flamine (sacerdote) malediceva il nume tutelare della tribù nemica, il numen Naharcum.

Il più importante tra gli insediamenti dei Naharci sorge in corrispondenza di un terrazzo fluviale pedemontano, nelle vicinanze di un’interessante area archeologica di memoria proto italica. Tale insediamento è documentato archeologicamente sin dall’VIII secolo a.C.

Nell’autunno del 1883 viene effettuata una campagna di scavi nel sito denominato “Il Piano”, a monte dell’attuale insediamento di Sant’Anatolia di Narco. All’archeologo e storiografo Giuseppe Sordini viene conferito, dal Governo Nazionale, l’incarico di Regio Ispettore per sovrintendere agli scavi e redigerne un dettagliato rapporto.

La relazione del Sordini consente di valutare la straordinarietà di una necropoli in uso dall’VIII secolo avanti Cristo. E’ venuto alla luce un ricco corredo funerario, le cui parti costituenti sono oggi custodite nei musei più importanti del Centro Italia. Tali reperti documentano l’uso ininterrotto, per circa un millennio, della necropoli del “Piano” di Santa Anatolia di Narco.

I REPERTI

Nel Museo Archeologico Nazionale di Firenze sono custoditi: uno scudo “Naharco” in lamina bronzea sbalzata dell’VIII secolo a.C. e un’anforetta in ceramica decorata di produzione sabina del VI secolo a.C.

Nel Circuito Museale Archeologico di Perugia sono conservate: fibule bronzee e 35 perle di collana in pasta vietrea, frequenti nei corredi funerari dell’età del ferro.

Nella struttura museale di Spoleto è conservato il frammento di una spada in ferro del VI secolo a.C.

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Bibliografia: Ubaldo Santi, Storia Millenaria della Val di Narco, dalla protostoria ai nostri giorni, 2018.

Credits immagine: Di Sailko – Opera propria, CC BY 3.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=43891137

Paolo Aramini

Paolo Aramini

Di borgo in borgo, di castello in castello, di eremo in eremo, al servizio di un territorio da raccontare.

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